Botti di fine campionato: 37 gol!
Autore: Vittorio
Data: 23-05-2011


[www.fantacalcio.it]
La A si congeda con l'exploit di Grandolfo e il secondo bottino stagionale. Udinese in Champions


E' finita senza sorprese. Almeno per quel che riguarda gli ultimi verdetti: Udinese ai preliminari di Champions, Lazio quinta, Roma in Europa League e Juve fuori da tutto. Ma se ne facciamo una questione di prestazioni, non si può dire che la serie A ci abbia dato l'arrivederci tra gli sbadigli. Tanti gol all'ultima giornata non rappresentano una novità, ma 37 sono tanti davvero: solo il 2° turno, a settembre, era stato più generoso con 38. E che dire poi della tripletta di un ragazzino di 18 anni all'esordio da titolare (Francesco Grandolfo del Bari), dei rovesci interni di Bologna e Palermo, del gran gol di destro di Vargas (lui che quel piede lo utilizza lo stretto necessario nella vita privata e in campo ancora meno), del festival dei legni (con Del Piero e Di Natale a guidare il plotone a quota 2 e Inler a pareggiare i conti con un tiro solo), per chiudere con le doppiette di Floro Flores, Pazzini e Zarate e la prodezza di Amelia che ha impedito a Di Natale di eguagliare dal dischetto lo score personale della scorsa stagione. Totò si è fermato a 28 gol, ma bastano e avanzano per il secondo titolo di capocannoniere consecutivo. Non accadeva dai tempi di Beppe Signori (stagioni 1992-'93 e 1993-'94). E non è stato un turno facile per il Fantacalcio per via del robusto turnover di fine campionato che, oltre al citato Grandolfo, ha concesso la gloria del primo e unico gol stagionale ad Accardi, Pulzetti e Lucarelli e quella del primo in serie A a Coppola, oltre a lasciare un retrogusto amaro a Vives e Feltscher, protagonisti dei due autogol. Ma anche per il terno al lotto nella scelta dei portieri, visto che, tra passerelle, scelte tecniche e infortuni dei titolari, ben 10 squadre hanno utilizzato i vice (Frey, Pavarini, Calderoni, Castellazzi, Campagnolo, Squizzi, Lobont, Da Costa, Amelia e Benassi, poi espulso) e una addirittura il terzo (Perin del Genoa), in molti casi senza che la decisione fosse stata comunicata alla vigilia.

Si è chiuso tra feste e lacrime, champagne e tristi addii, come sempre. La commozione di Pirlo, che lascia il Milan dopo 10 anni, e l'urlo di dolore di Pato (spalla lussata e addio Copa America) fanno da sfondo all'esplosione di gioia di Guidolin e della sua Udinese, che con lo 0-0 di ieri coi neo-campioni torna ai preliminari di Champions League sei anni dopo il miracolo Spalletti. E la cosa più bella è perché ci arriva. Non per i punti, gli stessi della Lazio. Non per gli scontri diretti, in perfetto equilibrio. L'Udinese la spunta per differenza reti. Crudele per Reja e i suoi, certo, ma ci piace interpretarlo come un premio a chi non si è mai risparmiato nel regalare gol e spettacolo alle platee e a noi fantallenatori. Ricordate quei risultati roboanti di febbraio-marzo? il 7-0 di Palermo, il 4-0 di Cagliari, il 3-0 di Cesena e così via. Avessero pensato ad amministrare quelle partite, anziché affondare i colpi, si fossero fermati per "non umiliare gli avversari", come spesso si sente dire in Italia, avessero mollato in difesa a risultato acquisito anziché mettere insieme un filotto di 7 partite senza neppure un gol al passivo, oggi non sarebbero i friulani a festeggiare: il +6 sulla Lazio (22 gol di margine contro 16) è stato scavato proprio in quelle partite. Alla fine solo l'Inter (69) ha segnato più dei 65 gol realizzati dall'Udinese, che ne ha fatti quanti il Milan. Che per una volta sia questo a far la differenza e non l'impermeabilità difensiva come sempre più spesso accade, non può che rallegrare.

La Lazio ha fatto il suo, piegando a lungo andare la resistenza di un Lecce capace di rispondere con Coppola a Rocchi e con Piatti a Zarate, prima di finire definitvamente sotto dal dischetto (preciso stavolta l'argentino) e arrendersi in 10 con l'autogol di Vives. Chiudono al quinto posto, i biancocelesti, con la miglior performance dell'era Lotito (66 punti), ma anche con molto rammarico per essersi lasciati sfuggire sul rettilineo finale un traguardo che per buona parte della stagione era parso ampiamente alla loro portata. Anche la fortuna ha chiesto indietro in alcune partite chiave quanto aveva elargito ad inizio stagione contribuendo ad issare la Lazio addirittura al comando, e il successo parziale nella sfida cittadina con la Roma (non accadeva dal 2003), nonostante i due derby persi, consola fino a un certo punto.

Lacrime, ancora lacrime. Quelle di Rosella Sensi per la partita che chiude il suo triennio di presidenza e 18 anni di proprietà della sua famiglia, una partita che la Roma approccia in pantofole contro una Samp già retrocessa e con appena due allenamenti nelle gambe (causa contestazioni di qualche esagitato con la maschera da tifoso) per scuotersi solo dopo lo svantaggio firmato Mannini. Ribaltano Totti (207° centro in A e 15° stagionale), Vucinic e Borriello, che interrompe in extremis un digiuno di 3 mesi e mezzo (non segnava da Roma-Brescia del 2 febbraio). Tanto basta a blindare il preliminare di Europa League, lasciando a bocca asciutta la Juve. C'è chi canta e chi fischia, al Comunale Olimpico, per l'ultima esibizione bianconera su quel campo prima di trasferirsi nel nuovo stadio di proprietà. Cantano i tifosi del Napoli, per l'ultimo atto di una stagione straordinaria, fischiano quelli di casa, costretti a mandar giù un settimo posto che eguaglia il peggior piazzamento in serie A degli ultimi 49 anni. In mezzo secolo, solo nel 1991 e nel '99 la Juve aveva chiuso settima e, al netto degli effetti di Calciopoli, quella di vent'anni fa, targata Maifredi, era stata l'ultima volta in cui i bianconeri non avevano conquistato un posto in Europa sul campo. Per trovare di peggio bisogna risalire al 12° posto della stagione 1961-'62. L'ultimo atto vive delle solite amnesie difensive, che consentono a Maggio e Lucarelli (all'esordio da titolare in maglia azzurra) di portare a 31 il totale dei gol incassati in casa: nessuno ha fatto peggio. Chiellini e Matri salvano almeno l'onore (con l'ex cagliaritano che raggiunge quota 20), in attesa dell'ufficializzazione dei primi pilastri per il futuro: Pirlo a centrocampo e Conte in panchina. Che cosa c'entrino l'uno col gioco dell'altro è uno di primi misteri che la nuova stagione dovrà svelare.

Il resto era "fuffa" sul piano calcistico, ma non in senso fantacalcistico, per chi ha protratto così a lungo la stagione. Merita risalto il modo imbarazzante con cui si è congedato dal suo pubblico il Bologna, capace di conquistare appena 3 punti nelle ultime 9 partite senza vincerne una, con la "ciliegina" dello 0-4 incassato al Dall'Ara dall'ultima della classe. Alla giornata di grazia del bomber della Primavera Grandolfo, il Bari aggiunge il guizzo dell'unico attaccante della prima squadra rimasto a disposizione di Mutti (Huseklepp) e Di Vaio, a secco nelle ultime 7 partite, vede infrangersi su un legno le ultime speranze di fare cifra tonda (si ferma a 19 gol). L'Inter, perso per infortunio Cambiasso, fa le prove generali per la finale di Coppa Italia mettendo sotto l'altra siciliana, il Catania (doppio Pazzini, Nagatomo e Pablo Ledesma per la 12ª vittoria consecutiva in casa della gestione Leonardo), mentre la sua avversaria domenica prossima all'Olimpico, il Palermo, paga la testa altrove facendosi rimontare da Pellissier, Constant e Pulzetti il vantaggio siglato da Nocerino col Chievo. Completano il panorama del 38° turno il 2-2 tra Brescia e Fiorentina (Vargas, Eder, Cerci, Accardi), l'1-1 tra Cagliari e Parma (Bojinov e autorete di Feltscher) e il 3-2 del Genoa sul Cesena, con due gol di Floro Flores e uno di Palacio prima della parziale rimonta firmata Bogdani (su rigore) e Jimenez.



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