Marchisio conferma:
Autore: Vittorio
Data: 05-10-2011


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.Marchisio conferma:
è crisi Milan


Se c’era bisogno di una riprova, non si può dire che l’atteso segnale sia mancato. L’Inter travolta in casa dal Napoli, il Milan travolto dalla Juve ben al di là del risultato maturato solo nel finale. Si dirà: da una parte hanno pesato gli errori arbitrali e dall’altra infortunati e condizione precaria di chi è appena rientrato. Ed è anche vero, per carità. Ma si tratta di attenuanti. E le attenuanti attenuano, non capovolgono. Il segnale è arrivato e si è sentito pure forte e chiaro, sarebbe ingiusto negarlo: forse davvero quest’anno soffia un vento nuovo in serie A. E non è tanto l’impressione destata da Juve e Napoli a fornirlo, quanto proprio lo stato in cui sono ridotte le due squadre partite in prima fila nei pronostici iniziali. Perché questo campionato qualcuno dovrà pur vincerlo e se le milanesi si chiamano fuori non servirà chissà cosa per portarlo a casa. Basterà far meglio di quelle che rimangono, anche senza essere perfetti.



Ma davvero Inter e Milan si stanno chiamando fuori? Lungi da noi emettere sentenze dopo nemmeno un mese, ma non si può nemmeno far finta che non stia succedendo nulla. Una squadra esperta e che ha vinto tanto come quella nerazzurra, ad esempio, deve saper reagire in ben altro modo alle avversità. Rimanere sotto di un gol e di un uomo per due strafalcioni dell’arbitro non fa piacere a nessuno, ma quando accade (e può succedere, purtroppo), ti ricompatti e cominci a remare come la stessa Inter ha fatto spesso in passato. Ricordate la famosa partita delle manette di Mourinho contro la Samp due anni fa? Lì i nerazzurri rimasero addirittura in 9 per più di un tempo, ma portarono a casa lo 0-0 senza concedere nulla e rischiando pure di vincere la partita. Perché? Perché c’era una coesione diversa, una condizione fisica diversa, un ordine tattico diverso. Sabato, dopo la sfuriata iniziale, l’Inter è stata messa sotto molto più di quanto possa giustificare l’inferiorità numerica. Quando si resta in 10 si moltiplicano gli sofrzi e non è raro compiere delle imprese, se hai qualcosa dentro. Se alzi bandiera bianca in quel modo significa che quel qualcosa non c’è o non è ancora stato ritrovato come troppo frettolosamente si era ipotizzato dopo le vittorie di Bologna e Mosca. In tre partite di gestione Ranieri l’Inter ha incassato 6 gol, due per gara, esattamente la stessa media di Gasperini (10 in 5, contando anche la Supercoppa). Ed è un problema che i nerazzurri si trascinano dall'anno scorso, a testimonianza di come non si tratti solo di una questione di giocatori messi nelle giuste posizioni in campo. Manca, e non da oggi, il vigore atletico per arrivare primi sul pallone e correre dietro agli avversari quando ce l'hanno loro. Finché c'era Eto'o a mascherare con i suoi gol questi limiti, si poteva rimanere a galla. Via lui sembra essere ufficialmente calata la notte di un ciclo.



E il Milan? Peggio, se possibile. "A Torino dovremo essere bravi nella gestione tecnica", aveva detto Allegri sabato. Tradotto in campo: una mega-melina cercando di spezzare il ritmo agli avversari e tirare il 90' sperando di non pagare dazio all'imbarazzante gap di condizione rispetto alla Juve. E il giochino stava quasi per funzionare, complici i ripetuti errori di mira di Vucinic e Vidal. Finché a un certo punto è salito in cattedra l'uomo delle serate speciali: Claudio Marchisio. Fu lui, due anni fa (era il 5 dicembre 2009) a griffare contro l'Inter l'ultima notte in cui la Juve si era sentita grande, prima del lungo letargo. Ed è stato lui, con la sua doppietta nel finale, a far rivivere ai tifosi bianconeri la sensazione che la loro squadra sia davvero tornata competitiva per i traguardi che le competono. Il guaio, vedendola dal lato della Vecchia Signora, è che quel test probante che Conte aveva individuato per ottenere le prime risposte sullo stato dell'arte bianconera di fatto non c'è stato. Semplicemente, un Milan così non costituisce un termine di paragone adeguato. Colpa degli infortuni? Anche, ma non solo. Premesso che senza l'energia di Boateng i rossoneri non vanno da nessuna parte e quest'energia, col ghanese al rientro dopo 3 settimane di stop, sarebbe stato ingeneroso pretenderla, e premesso che Ibrahimovic era più o meno nelle stesse condizioni, ci sono altri giocatori che stanno mancando all'appello pur senza essere stati investiti dalla tempesta-infortuni. Van Bommel e Seedorf vanno a due all'ora, Cassano contro avversari di livello fatica ad entrare in partita, Zambrotta è in riserva, e se Nocerino ed Emanuelson, ossia gli elementi che più dovrebbero dare sul piano della corsa a centrocampo, denunciano i limiti mostrati ieri, appellarsi agli infortuni diventa un modo per sviare la realtà. Anche l'anno scorso il Milan dovette fare spesso i conti con un'infermeria affollatissima, ma ottenne dalle seconde linee ben più di quanto stia ottenendo adesso. E i risultati arrivarono ugualmente. Quindi una differenza c'è e non va sottovalutata.



La Juve ha entusiasmo, gioco, idee e soprattutto quella freschezza che sta palesemente facendo difetto alle milanesi. Discorso valido per lo stesso Napoli: sabato a San Siro abbiamo ammirato tanto movimento senza palla quanto non se n'era visto in due anni di serie A. Con in più quella personalità che spesso aveva fatto difetto agli azzurri l'anno scorso contro le grandi e che invece l'inserimento di un solo giocatore (Inler) sembra aver donato a pacchi. Certo, il primo giallo di Obi, il fallo fuori area su Maggio, Campagnaro che entra prima in area di rigore sulla respinta di Julio Cesar: tutti episodi che hanno sorriso spianando la strada. Ma quella strada poi bisogna anche saperla percorrere. La capacità di scartare i regali del fato non è proprio da tutti. Quando una partita in cui tutto sommato ti potresti accontentare di un pari diventa una partita da vincere a tutti i costi, perché farsi sfuggire l'occasione sarebbe delittuoso, c'è chi lo fa, con la sicurezza dei forti, e chi improvvisamente si contrae schiacciato da una responsabilità inattesa e finisce per giocare peggio con un uomo in più che in parità numerica. Ecco perché questa vittoria, e il modo in cui è stata sigillata da Maggio e Hamsik, pur al netto degli episodi e delle difficoltà contingenti dell'avversario, ha un peso specifico notevole.



I due big-match meritavano un approfondimento particolare, ma è successo anche molto altro in questo sesto turno. Che ha visto l'Udinese rimanere agganciata al primato facendo il suo dovere col Bologna (2-0: Benatia e rigore di Di Natale), e le due isolane, Palermo e Cagliari, issarsi a un punto dalla vetta con le vittorie su Siena e Lecce rispettivamente. In scioltezza quella dei sardi, agevolati dall'autorete di Brivio prima del sigillo di Biondini, ben più sofferta quella dei siciliani, rimasti in 10 per l'espulsione di Balzaretti sull'1-0 (Migliaccio), ma capaci di soffrire fino alla liberazione finale di Hernandez dal dischetto. Un turno che ha visto anche la Roma conquistare con il primo centro italiano di Bojan, il terzo consecutivo di Osvaldo e la sorpresa Simplicio la seconda vittoria consecutiva, riportando sulla terra l'Atalanta nonostante il solito guizzo di Denis. E la Lazio rispondere con la rimonta di Firenze (Hernanes-Klose dopo il 9° gol nelle ultime 10 partite di Cerci) apparecchiando un derby gustosissimo al ritorno in campo dopo la sosta. E' stato, più in generale, un turno con tante belle partite, a conferma di un benedetto cambio di registro rispetto al recente passato. Chi si aspettava, ad esempio, di divertirsi così tanto guardando Novara-Catania? Eppure, al di là del risultato roboante, frutto anche di disattenzioni difensive ma che comunque non fa mai male, il 3-3 del Piola ha messo in mostra due squadre che hanno giocato un buon calcio propositivo e valido anche sul piano del ritmo, che spesso fa difetto alla nostra serie A rispetto ai campionati maggiori. Il redivivo Legrottaglie e poi Rigoni (dal dischetto), Lodi (splendida punizione), gli ex Morimoto e Jeda, fino al sigllo finale del migliore in campo: Gomez. Un'altalena di emozioni da applausi.



Applausi a senso unico, invece, al Tardini, dove Giovinco si è rivelato un rebus insolubile anche per il Genoa, schiantato dalla doppietta del fantasista tascabile di Colomba prima del 3-0 di Morrone e il rigore finale di Palacio, utile all'argentino solo per riacciuffare lo stesso Giovinco, scappato momentaneamente in testa alla classifica marcatori. In mezzo a tante belle cose, infine, non poteva mancare l'eccezione: Cesena-Chievo, brutto 0-0 scolpito anche dal pesantissimo errrore di Mutu dagli undici metri.



Sul piano fantacalcistico, più che i gol (28) hanno fatto notizia i rigori. Ben 7 quelli assegnati (dopo che nei 4 turni precedenti ne erano stati concessi appena 10) di cui due sbagliati: Hamsik e Mutu hanno fatto fare bella figura a Julio Cesar e Sorrentino, non hanno fallito invece Marco Rigoni, Di Natale, Giovinco, Palacio e Hernandez. Bonus ben distribuiti, perché le marcature multiple sono state appena due, entrambe firmate da centrocampisti per il gioco (Giovinco e Marchisio, quest'ultimo unico a totalizzare un +6) in una giornata che ha visto gli interpreti di questo reparto surclassare sul piano realizzativo gli attaccanti, firmando più di metà del bottino totale: 15 reti, contro le 9 delle punte e le 3 dei difensori. Inoltre, dopo 5 giornate, è arrivato anche il primo autogol stagionale, firmato dal leccese Brivio. Quattro, infine, gli espulsi: Obi, Balzaretti, Vitiello e Boateng. Ma non è il record stagionale, visto che nel turno d'esordio i rossi erano stati 5.

E-mail: vittorio.romeo@tin.it
 

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