Juve, X-factor
Autore: Vittorio
Data: 12-03-2012


[www.fantacalcio.it]
Una volta perché gioca male, un’altra perché gioca bene ma spreca, un’altra ancora perché ci si mette la sfortuna o gli errori arbitrali. Fatto sta che la Juve pareggia. Sempre. Sei volte nelle ultime sette partite. Va da sé che questo non è un ritmo da scudetto e infatti il Milan senza fare granché vola a +4 e comincia a far vacillare la prospettiva di un titolo assegnato in volata. Delusione? Sì, per come si era messa la stagione, ma non va dimenticato che questa Juve non era stata costruita con l’obiettivo di vincere subito, quanto con l’intenzione di far attecchire con calma un nuovo progetto tecnico, integrando con altrettanta calma diversi nuovi giocatori. La sorpresa, semmai, è stata che l’idea di Conte sia entrata nella testa di tutti così in fretta, producendo risultati nell’immediato, cosa che pochi si aspettavano. Avesse avuto un cammino inverso, la Juve (partenza lenta e successiva accelerazione), nessuno avrebbe da eccepire su questo secondo posto a 11 giornate dal termine. La frenata, quale che ne sia la causa, ha invece lasciato l’amaro in bocca ai bianconeri, che al momento del dunque non sono più riusciti a mascherare col gioco il loro limite principale: l’assenza di un solista in grado di decidere le partite con un colpo fuori dagli schemi. I suoi fuoriclasse la Juve li ha in porta e a centrocampo (Buffon e Pirlo), lontani dall’area avversaria. Per cui, per vincere, è condannata: primo, a giocare bene; secondo, a sperare di produrre un numero di occasioni sufficiente per trovare il gol malgrado la scarsa attitudine di alcuni e la ridotta lucidità di altri giocatori, dazio da pagare ai movimenti continui richiesti proprio dallo sviluppo di quel tipo di gioco. La classica coperta corta, insomma.

E forse ci ha messo del suo anche il calendario. Prima di Natale, escludendo la gara d'esordio, la Juve aveva preparato 16 partite in 101 giorni, una ogni 6,3 di media. Dopo, sempre escludendo il primo impegno (quello con un tempo pressoché illimitato a disposizione per la preparazione del match) son diventate 14 in 63, comprendendo anche quelle rinviate con Parma e Bologna che, pur non giocate, sono state studiate in allenamento e hanno quindi sottratto tempo alla preparazione degli impegni successivi. Ossia una ogni 4,5 giorni. Quasi due giorni in meno di lavoro sul campo per partita, di media. Per un allenatore come Conte, che fa proprio della cura maniacale dei dettagli il suo principale punto di forza, si è trattato di un cambiamento non da poco.

Il Milan è più abituato a giocare spesso, possiede alternative di maggior spessore (nonostante i numerosi infortuni) e soprattutto ha Ibrahimovic. Che quando si tratta di tirar fuori il coniglietto dal cilindro, che si tratti di un gol o di un assist poco cambia, è sempre lui. Ma va anche detto che quello che stiamo ammirando quest’anno non è il solito Ibra. Lo svedese gioca di più con la squadra e per la squadra, col risultato di rendere i rossoneri un complesso più armonico anche sul piano corale rispetto alla scorsa stagione. C’è un dato che più di ogni altro esprime il cambio di rotta del Milan in questo senso. I gol dei centrocampisti l’anno scorso erano stati complessivamente 14 in tutto il campionato, appena 9 dei quali realizzati con Ibrahimovic in campo (29 partite). Ossia uno ogni 3,2 partite. Quest’anno sono già 19 in totale e 13 nei 21 match con lo svedese presente: 1,6 gare per farne uno. Esattamente il doppio. Merito di Nocerino? Certo. Ma vien da pensare che nella passata stagione non avrebbe segnato così tanto nemmeno lui (che peraltro uno sfondareti non è mai stato). E siccome i gol dei centrocampisti sono spesso un indice della buona qualità di gioco (senza il fraseggio e i movimenti delle punte non si creano gli spazi per i loro inserimenti), ne consegue che Ibra non è più solo l’uomo capace di risolvere le partite con un colpo isolato (quello che manca alla Juve, per intenderci), ma anche, se non soprattutto, uno straordinario “ingranaggio”, in grado di accrescere le potenzialità dell’intero macchinario. Quello che, in carriera, non era mai stato. E quindi fa la differenza molto più di prima, al di là dei numeri individuali.

Sono proprio Nocerino e Ibra a mandare agli archivi la pratica di un rimaneggiato Lecce, mentre la Juve cozza contro i legni del Ferraris (due di Vucinic e uno di Pepe), recrimina per un gol regolare annullato allo stesso Pepe e rischia grosso su un contrasto in area Pirlo-Rossi nel finale. Dopo Siena, Parma, Milan, Chievo e Bologna, anche il Genoa strappa un punto ai bianconeri, vittoriosi soltanto col Catania nelle ultime 7 gare di campionato. L’unico sorriso a Conte può strapparlo solo una sbirciatina alle sue spalle. Crolla infatti la Lazio, demolita dalle assenze, da un serbatoio di energie nervose in riserva dopo il derby e, non ultimo, da un grande Bologna. Che prova a farsi del male da solo (autogol di Rubin), ma non quanto riescono a farsene i biancocelesti (rossi a Matuzalem e Gonzalez) e con Portanova, Diamanti e Krhin raggiunge quota 20 punti nelle ultime 11 partite (con una sola sconfitta). La salvezza, a +10 sul Lecce, è ormai cosa fatta. E crolla pure l’Udinese, che conferma a Novara il suo momento-no. Dopo lo 0-0 con l’Atalanta e la sconfitta di Alkmaar in Europa League, con i friulani fa festa anche Tesser.

Il regalo di bentornato di Jeda al suo tecnico fa felice soprattutto il Napoli, che aggancia l’Udinese al 4° posto, a -2 dalla zona Champions. E dire che poco più di un mese fa (1° febbraio), gli azzurri sembravano ormai tagliati fuori, sepolti sotto un fardello di 11 punti di margine. Dopo il 6-1 al Genoa del 21 dicembre, costato la panchina a Malesani, al San Paolo si abbatte un altro uragano, stavolta sul Cagliari, che prontamente esonera Ballardini (torna Ficcadenti). Cinque marcatori diversi: ad Hamsik, Cannavaro, Gargano e Maggio si aggiunge Lavezzi, che dal dischetto firma il suo sesto gol nelle ultime 5 partite tra campionato e Champions. Mica male, per uno che non vedeva mai la porta… A completare l’abbuffata contribuisce l’autogol di Astori e ad addolcire la pillola ai tifosi sardi è Larrivey, raro caso di giocatore capace di portarsi a casa il pallone (tripletta) al termine di una disfatta.

Risorgono anche la Roma a Palermo, grazie al solito Borini (8 gol nelle ultime 9 partite), e l’Inter, che torna al successo dopo un mese e mezzo (l’ultimo era datato 22 gennaio: 2-1 alla Lazio), reagendo anche al rigore fallito da Milito per colpire nel finale con Samuel e lo stesso Principe. E mentre il Cesena saluta virtualmente la serie A cedendo al Manuzzi anche al Siena (a segno Brienza e il fresco ex Bogdani), il Catania inguaia la Fiorentina con un rigore di Lodi e Paletta risponde a Manfredini sancendo l’1-1 tra Atalanta e Parma.

Dei 24 gol totali di questa 27ª giornata, 9 arrivano dal San Paolo, dove si concretizza la prima tripletta italiana di Joaquin Larrivey, unica marcatura multipla di un turno senza doppiette. Ben due sia gli autogol (Astori e Rubin) che i rigori falliti: Sorrentino ipnotizza Milito, Antonioli stoppa Terzi, salvo inchinarsi a Brienza nella mischia seguente. Non fallisce invece Lodi, che si porta a un solo gol da Ibrahimovic nella classifica dei realizzatori dal dischetto (5 contro 6, ma il centrocampista del Catania ne ha anche fallito uno, a differenza dello svedese). Col 19° centro in 21 partite, Ibra stacca Di Natale in vetta alla classifica marcatori, mentre altri 5 acuti (Samuel, Cannavaro, Manfredini, Paletta e Portanova) confermano la riscossa dei difensori in zona-gol e Nocerino viaggia spedito verso la storia col nono gol stagionale, a un passo da Giovinco, che però in campo fa la punta, mentre lui a centrocampo ci gioca davvero. Capitolo primizie: se per Samuel, Cannavaro e Manfredini è arrivato il primo centro stagionale, rappresenta invece una novità assoluta in serie A quello di Krhin, alla 14ª presenza nel nostro campionato in 3 stagioni.

E-mail: vittorio.romeo@tin.it
 

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