Mollino: le smanie del genio inquieto
Autore: Joker
Data: 19-09-2006


PRIMO PIANO
DAL TEATRO REGIO AL BISILURO: CON UNA GRANDE MOSTRA IN DUE SEDI TORINO CELEBRA L’ECLETTICA FIGURA DEL DESIGNER, PROGETTISTA E FOTOGRAFO

TORINO. Su di lui si sono costruite tutte le possibili antitesi: «Simpatico e altero, concentrato e distratto, avaro e spendaccione». Oppure si è messa in evidenza la contrapposizione fra attrazione per la modernità e sensibilità per l'antico. Già sessant'anni fa un suo professore scriveva: «Carlo Mollino o del costruire moderno». Paolo Portoghesi ne ha indagato l'eclettismo, giungendo alla conclusione che ci si trova di fronte a «una realtà impossibile a cogliersi nella sua globalità». Lisa Ponti, figlia di Gio, ha scovato per i suoi mobili il titolo di «autografi impreceduti». Per i suoi edifici, altri parlano di «idee spaziali». Chi è stato, veramente, concretamente, Carlo Mollino? Si riesce a dare di lui una precisa definizione in sintesi? «Diciamo che in sintesi basta una parola - risponde con certezza Fulvio Ferrari, l'uomo che sa tutto di Carlo Mollino e che con il figlio Napoleone cura la più importante mostra mai dedicata all'architetto torinese -: è stato un artista».

Artista, in che senso? «Era un ingegnere, laureato presso il Politecnico di Torino, capace di coniugare un'estetica personale di grandissima apertura, che faceva propria una varietà di tendenze, con una base tecnica assolutamente ingegneristica, di vero e proprio calcolo delle strutture - spiega Ferrari -. Le sue opere hanno quest'aria svagata, tuttavia in un contesto d'alta scientificità, dove nulla è ridondante, inutile. Andate a vedere, alla Gam, la libreria per l'editore Lattes: poteva reggere senza problemi fino a dieci quintali di libri, anche se lo spessore massimo degli elementi non supera i due centimetri e mezzo. Questo è il segreto dell'arte molliniana: concepire e realizzare opere leggere, ironiche, stravaganti, in realtà frutto di un progetto ingegneristico. Nella sua vita (1905-1973), Mollino conobbe fasi diverse: venne infatti a contatto con surrealismo, organicismo, razionalismo, ma seppe sempre interpretarli attraverso una proiezione personale».

«Arabeschi» è il titolo della mostra, che si apre al pubblico domani, in due sedi: alla Galleria d'arte moderna di Torino e al Castello di Rivoli. Arabeschi perché qui non compaiono, se non attraverso qualche gioco fotografico, gli edifici per i quali l'ingegnere-architetto è diventato famoso, da Casa Sole a Cervinia (con tutti gli appartamenti arredati nello stesso stile e modo) al Teatro Regio di Torino (la cui forma è stata ideata dalla conchiglia e dall'uovo). Non si celebra il progettista di edifici, carico dello spirito della modernità, bensì quello che disegnava mobili, quasi sempre pezzi unici e mai per l'industria (in mostra alla Gam con circa 90 arredi) e poi quello che scattava fotografie, dalle prove surrealiste ai nudi femminili (al Castello di Rivoli). Una volta, con una definizione inadatta, approssimativa, lo si sarebbe detto il Mollino minore. Che, tutt'al contrario, rischia di essere il Mollino maggiore. Soltanto che non lo si conosceva, se non nell'ambito degli addetti ai lavori e dei suoi appassionati seguaci, come Ferrari padre e figlio, che hanno sistemato l'ultimo alloggio di Mollino in via Napione, trasformandolo in un piccolo museo all'inglese.

Per il grande pubblico, questi «Arabeschi» avranno il sapore d'una sorprendente scoperta. Il design, infatti, non solo incorpora i problemi strutturali, ma carica i vari mobili - tavoli, sedie, poltrone -, di una potenza dinamica, in parte dovuta alla capacità straordinaria di piegare i materiali alle esigenze estetiche - come con i pezzi tratti da un unico foglio di compensato, incurvandolo e forandolo -, in parte frutto di una simbologia naturalistica, di una inventiva zoomorfica, per cui lo scheletro ligneo di un tavolo richiama le tensioni di un felino in azione, le vertebre di un animale preistorico, come per il tavolo di casa Orengo, che l'anno scorso da Christie's è stato battuto per 3,8 milioni di dollari (record mondiale per questo oggetti del secolo scorso).

Per la mostra, i laboratori di scenografia del Teatro Regio hanno realizzato un disegno molliniano rimasto sulla carta: una camera da letto in stile Dalì, Anni 30. Sempre per la mostra, il Gruppo Stola di Cascine Vica ha realizzato in vetroresina il progetto di «un'auto da record» di cui Mollino aveva forgiato il modellino. Mentre era stata fabbricata e brilla in mostra, aerodinamica e rossa, la Bisiluro, vettura da competizione con cui Mollino, nel 1955, partecipa alla 24 Ore di Les Mans.

L'automobile era una sua passione, come gli aerei, come lo sci, come la velocità. E come la fotografia, alla quale è dedicata la sezione della mostra al Castello di Rivoli, divisa secondo fasi cronologiche. Le prime fotografie, degli Anni Quaranta, mostrano bene il debito di Mollino con l'arte del surrealismo, con volti di donne fatali alla Luxardo ma dentro vetrinette o su superfici riflettenti, o come in Vento con alle spalle esoterici paesaggi fantastici. D'altronde, Mollino fece parte del milieu intellettuale torinese sensibile ai gusti del surrealismo, in particolare fu coetaneo e amicissimo di Italo Cremona.

Un'altra serie di fotografie è dedicata agli arredi di interni: si vede come Mollino amasse mettere in scena le proprie opere, dentro contesti vagamente inquietanti, con qualcosa di sospeso, sembrano scenografie di Alfred Hitchcok. Infine le Polaroid con donne osé. Si dice che ne avesse una collezione di duemila, qui ce n'è solo un esempio, con le modelle che giocano con le regole puritane, e in una profusione di biancheria intima mostrano glutei targati CM. Tra ironia e morbosità a vincere è quella che Giovanni Arpino chiamò «la smania perfezionistica molliniana», dove le donne non sono che «un pretesto».

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