Anteprima : The Brigde - Il ponte dei suicidi
Autore: Joker
Data: 10-04-2007


(Latelanera.it)
Un racconto provocatorio e risoluto dei suicidi avvenuti sul Golden Gate Bridge di San Francisco

Sito ufficiale : www.ilpontedeisuicidi.it

Uscirà il 20 aprile 2007 The Bridge, un film di Eric Steel prodotto dalla Easy There Tiger Productions e distribuito da Videa CDE e Warner Bros Pitures Italia.
The Bridge è il racconto provocatorio e risoluto dei suicidi avvenuti sul Golden Gate Bridge di San Francisco, un film profondo sull’animo umano in crisi e sul tenue legame tra vita e morte; tra gli scomparsi e quelli che restano.


THE BRIDGE: LA STORIA

Il Golden Gate Bridge è il luogo in cui molte persone decidono di porre termine alla propria esistenza, più di ogni altro al mondo. Il totale dei morti che si contano è scioccante ma forse non del tutto sorprendente. Per meglio dire, se si ha intenzione di suicidarsi, c’è una logica raccapricciante nella scelta di un mezzo che risulti, nella quasi totalità dei casi, fatale ed di un luogo dalla bellezza magica e misteriosa.
Il regista e la sua troupe hanno lavorato per l’intero corso del 2004 filmando con grande impegno il Golden Gate Bridge, riprendendolo quotidianamente per quasi tutto il tempo consentito dalla luce diurna e registrando la maggior parte dei 24 suicidi, oltre ad un grandissimo numero di tentativi non riusciti. Inoltre il regista ha raccolto quasi 100 ore di interviste incredibilmente spontanee, profondamente personali, spesso struggenti, realizzate con le famiglie e gli amici dei suicidi, con i testimoni che spesso erano passanti, ciclisti, guidavano o stavano facendo surf o kiteboard, o andavano in barca sotto al ponte, e con numerosi degli stessi aspiranti suicidi.
The Bridge propone uno sguardo negli angoli più bui e se è possibile più impenetrabili dell’animo umano. I destini di queste 24 persone sono uniti dal ponte e da una caduta di 4 secondi, ma le loro vite sembrano essere scorse su binari paralleli ed aver tracciato parabole simili.
È lo stesso Golden Gate Bridge ad ergersi minaccioso sullo sfondo, un monumento che rispecchia le più alte aspirazioni e la natura più infima dell’uomo. Le dure realtà con cui i suicidi ci costringono a confrontarci sono inquietanti. Preferiremmo non vedere le persone con disturbi mentali; preferiremmo che i suicidi fossero invisibili – o almeno che avessero luogo silenziosamente nei bagni degli alberghi, nei fienili, nelle stanze dei dormitori e nei guardaroba.
The Bridge è un documentario sorprendentemente profondo e allo stesso tempo poetico, un viaggio visivo e viscerale in uno dei tabù più spinosi.

THE BRIDGE: LE PAROLE DEL REGISTA

Nell’ottobre del 2003, lessi l’articolo di Tad Friend, Jumpers uscito sul New Yorker che parlava del paradosso del Golden Gate Bridge: questa pietra miliare americana, oggetto di premurosa tutela, era diventata la meta privilegiata dai suicidi in assoluto nel mondo. Insensibili al costante aumento delle morti che si verificavano in quel breve tratto di dominio sospeso, le autorità dal ponte fornivano solo scuse dolorosamente evasive, incredibili e fino al quel momento ampiamente accettate, al loro rifiuto di erigere una semplice barriera anti-suicidii, -- questioni estetiche, astrusi problemi ingegneristici ed epiche carenze di fondi. “Jumpers” rappresentava il genere di giornalismo efficace che pensavo avrebbe innescato a San Francisco il dibattito sulla questione della barriera ed avrebbe mosso le autorità dalle loro posizioni.
L’argomento restava con me, mi incalzava e stimolava la mia immaginazione in maniera inconsueta. Ero impressionato dal fatto che tante persone fossero morte in questo unico luogo, o, più precisamente, avessero scelto di morire qui. Avendo assistito alla disintegrazione del World Trade Center dalla mia finestra, ero rimasto colpito dalla gente che aveva preferito lanciarsi dagli edifici piuttosto che restare carbonizzata. Serbavo memoria indelebile di una foto del New York Times che mostrava un uomo che cadeva delle torri con una mano sul cuore e l’altra che compariva dal fianco, con il dito puntato verso il cielo, in un riposo da santo.
Queste persone sono venerate e idealizzate, mentre i quasi 2000 morti del Golden Gate restavano invisibili: nessun monumento commemorativo era in costruzione per loro; nessun giornale si prendeva la briga anche solo di citarne i nomi.
Mi è venuto alla mente il quadro di Pieter Brueghel, Paesaggio con la caduta di Icaro, e poi la poesia che W.H. Auden ha composto su di esso, Musee des Beaux Arts: “In qualche modo in un angolo, in qualche squallido posto” del quadro un paio di gambe sparivano nell’acqua con uno spruzzo tanto piccolo da essere a malapena notato da un visitatore nel museo, e tantomeno dai personaggi raffigurati. Ma sono le righe di apertura della poesia ad essere le più strazianti:

Sulla sofferenza non erano mai in torto, i Vecchi Maestri: come capivano bene la sua umana posizione; come essa si svolga mentre qualcun’altro mangia o apre una finestra o cammina annoiato

Ancora non riesco a dare una spiegazione lineare del perché abbia voluto fare un film sui suicidii del Golden Gate o come abbia pensato di realizzarlo nella pratica. Lavoro nel campo cinematografico da quando sono adulto, mi sono fatto strada come manager di produzione a Los Angeles e New York, ho curato la produzione esecutiva di alcuni film di primo livello, ma il mio massimo avvicinamento alla “realizzazione” del progetto consisteva nel sedere a una scrivania o su una sedia pieghevole sul set. Il mio rapporto con il suicidio era stato fortuito e distaccato - come la maggior parte delle persone ho pensato solo fugacemente di compierlo - il mio secondo nome mi è stato dato in ricordo di mio zio che si era suicidato. Il mio rapporto con la precaria natura della vita e con il dolore della perdita è viceversa intenso e familiare, il mio fratello minore è morto di cancro e la mia sorella minore è stata uccisa da un guidatore ubriaco. Credo di essere una persona sensibile nei confronti della sofferenza.
Volevo comprendere quest’oscuro angolo della mente umana. Il particolare che rendeva i suicidii sul Golden Gate Bridge tanto insoliti era che si consumavano alla piena luce del giorno, di fronte a tanta gente in un luogo trafficato – mentre di solito la maggior parte di questi eventi si verifica in una privacy totale, in studi chiusi a chiave, camere di dormitori, garage, fienili, guardaroba, bagni di alberghi. Forse queste persone volevano essere viste. Perché? Davano segni della loro intenzione mentre camminavano sul ponte? Si potrebbe dire che fossero già in una sorta di stadio di transizione, quasi andati?
Come ci si può sentire a percorrere questo tratto da un estremo del ponte fino al centro?
In breve, ho preso un volo per San Francisco, mi sono sforzato di individuare le postazioni da cui riprendere il Golden Gate Bridge, ho imparato ad usare le videocamere mini-dv, ho messo gli annunci per riunire una troupe ed ho ottenuto i permessi. L’assetto della produzione aveva preso forma: avremmo filmato il ponte per un intero anno, ogni momento in cui c’era luce diurna, con un paio di videocamere poste su ciascuno dei due punti di osservazione. Una macchina da presa sarebbe stata fissa, con grandangolo per riprendere il ponte e l’acqua sottostante, come una cartolina. L’operatore doveva semplicemente sostituire le cassette ogni ora e premere il tasto per la registrazione. L’altra macchina da presa era dotata di un teleobiettivo estremo – abbastanza potente da distinguere le singole persone che attraversavano il ponte. Il ponte era lungo più di un miglio, pieno di turisti, gente che faceva jogging e ciclisti, spesso oscurati dalle condizioni atmosferiche. Per cui l’operatore di ripresa doveva compiere delle scelte, e affidarsi al proprio istinto per determinare quale poteva essere la persona che si sarebbe arrampicata sul parapetto.
Sin dall’inizio era evidente che fosse necessario stabilire delle linee guida sulla scelta tra il restare semplici osservatori oppure intervenire. Dopo un giorno avevamo già capito che se qualcuno camminava solo o aveva un’aria triste, indugiava troppo a lungo nello stesso punto, faceva avanti e indietro – era un soggetto da filmare, ma non voleva dire che dovevamo chiamare la polizia perché lo prendesse. C’erano fin troppe persone che corrispondevano alla descrizione; forse è proprio il ponte a suscitare pensieri disperati. Abbiamo deciso che se qualcuno metteva per terra la borsa o la valigetta, o toglieva le scarpe o lasciava il portafogli – i segnali minacciosi che avevamo letto sull’articolo e che anche le pattuglie del ponte tenevano d’occhio – o se qualcuno compiva effettivamente il tentativo di salire o scavalcare il parapetto, quel tentativo di salvare una vita era più importante delle riprese. Il numero della Direzione del Ponte era stato inserito come chiamata rapida su tutti i nostri cellulari.
Nei primi due mesi abbiamo osservato innumerevoli pedoni attraversare il ponte. I nostri registri riportano piuttosto tristemente: “uomo che cammina solo in giacca nera”, “ragazzo che si sofferma a lungo appoggiato al parapetto, solo”, “donna con felpa con cappuccio, forse piange”. Non abbiamo visto nessun salto attraverso il nostro teleobiettivo, ma sapevamo quando qualcuno l’aveva fatto. Venivano lanciati razzi segnaletici nella corrente; le imbarcazioni della Guardia Costiera sopraggiungevano in velocità dalle banchine; piccoli veicoli d’emergenza reindirizzavano il traffico; gli uomini di pattuglia si sporgevano scrutando le acque in cerca del corpo. Di ritorno in ufficio, rivedevamo la nostra ripresa grandangolare e trovavamo gli spruzzi.
Ho incontrato di frequente il patologo legale della Marin County, dove vengono portati i cadaveri delle persone che si sono gettate. Aveva il compito non invidiabile di notificare il decesso alle famiglie ed anche una grandissima capacità nel farlo: con grande partecipazione ed onestà. Marin è la tranquilla comunità di pendolari che si trova fuori dalla città. Non sono tante le persone che ci muoiono. Questo avviene solo perché la sede della Guardia Costiera si trova dalla parte della baia di Marin, il che altera le statistiche riguardo ai suicidi e indirizza i cadaveri alla sua attenzione, anche se il ponte sembra appartenere di diritto a San Francisco. Ma forse in questa circostanza c’è qualcosa di benevolo, dato che il patologo di Marin è molto più disponibile, più comprensivo della sua controparte urbana. E quando lo riteneva opportuno, mi ha fornito l’accesso ai referti ed alle indagini autoptiche, ed ha perfino chiesto alle famiglie se desideravano partecipare al mio progetto o gli ha inviato delle lettere di presentazione per mio conto.
Ho avuto molto tempo per riflettere mentre sedevo dietro la macchina da presa, esposto a tutte le condizioni atmosferiche immaginabili, a poche decine di metri da uno dei siti più maestosi della natura e dell’uomo, fianco a fianco. Ho pensato che se avessi fissato il Golden Gate Bridge abbastanza a lungo, avrei potuto decifrarne il codice, comprenderne la fatale bellezza. È spesso innegabilmente sbalorditivo, incute soggezione ma il potere più sconvolgente del ponte è la sua abilità di cancellare apparentemente il tempo. A pochi istanti da un decesso sembra già che non sia successo nulla. Le cose tornano normali.
Ho pensato che se avessi osservato un numero sufficiente di persone, sarei stato in grado di individuare le manifestazioni esteriori dei loro demoni nascosti. Insieme alla mia troupe abbiamo seguito migliaia di individui con le macchine da presa. Io stesso ho visto il primo uomo arrampicarsi di fatto sul parapetto e saltare. Ancora oggi non so dire perché l’abbia filmato. Sembrava una persona che si godeva un giorno di primavera, indossava tuta e scarpe da ginnastica. Camminava rapido come se stesse facendo esercizio.
Parlava al cellulare, rideva sinceramente. Ad un certo punto ha messo giù il telefono, mentre io frugavo per prendere il mio. È rimasto seduto sul parapetto per qualche secondo, mentre io aspettavo di prendere la linea. Si è fatto il segno della croce e poi si è lanciato. Con il senno di poi mi sono detto che dovevo aver colto qualcosa, un segnale, ma quale? Un istante prima che io iniziassi a riprenderlo aveva guardato indietro, oltre la sua spalla.
Ho filmato un altro uomo per 90 minuti, era una giornata da cartolina – soleggiata e calda. C’erano parecchi turisti che camminavano lungo il ponte, alcuni facevano perfino un picnic nell’area erbosa vicino alla mia macchina da presa. Portava capelli neri molto lunghi che gli ondeggiavano sul viso. Era molto alto. Camminava a scatti, soffermandosi sui balconcini art déco come se volesse cogliere la vista panoramica della baia. Aveva attraversato interamente il ponte, come fanno moltissimi turisti ed era uscito dal lato nord verso la piccola area di sosta. Dopo circa un quarto d’ora attraversava il ponte in direzione sud, facendo il viaggio di ritorno. Camminava più speditamente, come se ne avesse avuto abbastanza dell’aspetto turistico, ma lasciava che i capelli gli andassero sugli occhi, e si sforzava meno per rimetterseli a posto. Quando si è fermato sull’estremo sud del ponte, dove era iniziato il suo percorso, mi sono reso conto che il cuore mi batteva all’impazzata da parecchio. Ero tanto spossato che mi sono letteralmente appisolato per alcuni minuti. Mi sono risvegliato confuso e sono tornato a guardare nel mirino, proprio mentre lui riprendeva il ponte.
Toccava i cavi. Tornava indietro verso uno dei balconi. Sembrava leggere qualcosa, forse un biglietto. Era quasi mezzogiorno. È salito sul parapetto ed è rimasto seduto rivolto verso il traffico con l’oceano dietro di lui. Poi si è messo in piedi e si è lasciato cadere all’indietro. Ho rivisto le riprese innumerevoli volte; non per un minuto, un secondo, un’immagine, ha compiuto nessuno dei gesti previsti dalle linee guida per allertare le autorità. Le pattuglie del ponte non lo avevano mai avvicinato. Tuttavia la sua presenza sul ponte mi metteva ansia – con tutto ciò ero spesso in apprensione mentre guardavo le presone sul ponte, e quasi sempre c’era qualcosa che mi preoccupava.
Ho attraversato la contea in lungo e largo più volte per intervistare le famiglie e gli amici dei suicidi, e anche i testimoni che passeggiavano, andavano in bici, attraversavano il ponte in auto, facevano surf, kite-board, o passavano sotto con la barca, con eroi che avevano tirato via la gente dal parapetto e con molti degli stessi aspiranti suicidi. Ho capito che il legame che univa quelli che erano morti non era solo la caduta finale di quattro secondi, ma una vita di tribolazioni – provocate da perdite, disagio mentale, disperazione, dipendenza, farmaci, dallo stesso vivere. Ho cercato di capire se avessero fatto trasparire il loro intento, lasciato degli indizi. Molti avevano fatto qualsiasi cosa per celare le proprie intenzioni, ma quasi tutti avevano parlato di suicidio, cercato aiuto, si erano confidati con qualcuno. Persino quando i loro piani erano evidenti, era quasi impossibile riconoscerli. Questi momenti di chiarezza sembravano venuti da un sogno, con il senno di poi. Quelli che sono rimasti ripercorrevano sempre questi momenti a ritroso.
Volevo realizzare un film che parlasse dello spirito umano in crisi, che comunicasse senza giudicare. Volevo aprire gli occhi alla gente. Volevo far sì che le persone guardassero meglio il mondo che le circonda, le relazioni a cui tengono e le persone di cui hanno la responsabilità di occuparsi. Nel corso del nostro anno al Golden Gate Bridge ho finito per prendermi cura di tutte le persone che si sono lanciate nel vuoto. Abbiamo contribuito a salvare delle vite – le nostre telefonate indicavano alle pattuglie le persone che erano salite sul parapetto e stavano in piedi sulla ringhiera. Non siamo stati in grado di aiutare gli altri e ciò è profondamente e inesplicabilmente sconvolgente. Volevo chiarire il dibattito in merito alla barriera anti-suicidi sul ponte: le autorità del ponte devono occuparsi di tutte le persone che lo attraversano, non solo di quelle che giudicano meritevoli. Non so quante vite potrebbe salvare una barriera per suicidi ma una vita sarebbe un inizio. Desideravo aprire un dibattito più ampio e più doveroso in merito al suicidio ed al disagio mentale.



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